lunedì 2 luglio 2007

GERARCHIA DELL'INDIGNAZIONE

Toccante l’editoriale di Pierluigi Battista su padre Bossi del 30 giugno scorso, Corriere della Sera.
Scrive Battista “Come non insospettirsi per il silenzio pressoché totale che accompagna la sorte di padre Giancarlo Bossi, il missionario rapito nelle Filippine il 10 giugno scorso dopo aver celebrato messa? Come non pensare alla logica spietata dei due pesi e due misure di fronte a questa clamorosa disparità di trattamento con altri sequestrati e altri rapimenti che hanno giustamente conquistato per giorni e giorni il centro dell' attenzione politica italiana?”.
Condivisibile lo sdegno di Magdi Allam per “il vergognoso silenzio” calato sulla vicenda. Applaudo anche alla manifestazione del 4 luglio a piazza Santi Apostoli a Roma, (con partecipazione bipartisan), se può concorrere, in qualche misura, a riparare a questo silenzio. Eppure un sequestrato in casa lo avevamo, altrettanto ignorato, se non di più. In ostaggio per otto mesi, schiacciato in un ricovero di qualche metro quadrato, nella campagna sarda.
Nessuna fiaccolata a livello nazionale per Titti Pinna, nessuna campagna mediatica, se non qualche sparuto appello (uno del Pontefice) e un rapporto del Sisde che lo dipingeva già morto. E poi quella notizia della sua liberazione (lo scorso maggio), in fondo al giornale (pag. 23 o giù di lì). Fuor d’ogni campanilismo, forse anche l’indignazione s'attaglia a una precisa gerarchia?

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