domenica 28 giugno 2009

GABRIELE

In uno dei miei primi ricordi c’è lui, Gabriele. Ha intorno ai tre anni, e una minuta salopette blu che a fatica ne contiene le intemperanze. Era scatenato, da bambino. Lui e Andrea, suo fratello di qualche spicciolo più grande, li chiamavamo “Attenti a quei due”. Erano due ragazzini impetuosi, famelici, irruenti. E le loro bricconate strappavano, però, sempre qualche sorriso. Nella grande, generosa campagna della zia Lidia, la truppa colorata di cugini trovava il suo proscenio ottimale per svuotare gli zaini giovanili di monellerie e birichinate. In una di queste Gabrielino - perché così lo chiamavamo tutti – fu lanciato da suo fratello, inavvertitamente, contro un forcone che avevamo scovato nella casetta degli attrezzi. Gli adulti, ignari, chiacchieravano sul patio di casa, poco più in là. Dopo un primo silenzio – agghiacciati per il pericolo sventato d’aver consegnato la creatura al tridente rugginoso - noi cugini abbiamo iniziato a ruzzolare tra i fili di fieno, annientati dalle risate. E Gabrielino, probabilmente troppo piccolo per comprendere il pericolo corso, rideva ancora più forte. La sua risata è una delle cose che mi fa più male, ora che non c’è più, perché non era comune. Solitamente lo scoppio percorre un tratto che dal ventre raggiunge la bocca. E nel tragitto sciupa un buon quoziente di spontaneità. In Gabriele no. Il viaggio della sua risata era brevissimo. Direttamente dal cuore. E si sentiva.
Mi ricordo pavimenti arlecchini di Lego, nella casa dei nonni. Lego che cascavano dalle scale, Lego che ci tiravamo addosso. E poi macchinine, duelli a quattro con Gabriele sulle spalle, chiome strappate in furiosi combattimenti tra bambini. Risate, tantissime risate. Cugini di tutte le età. Giochi. L’odore dell’infanzia, il gusto dell’infanzia, contro palati ormai adulti, ha il sapore di Gabriele. Ed era quella la felicità.
Poi, per interruzioni imprevedibili che le vite si divertono a concedersi, Gabriele me lo sono ritrovato alto, bello, adulto. Però, la risata no, era sempre quella. Abbiamo trascorso insieme lunghe serate d’estate, dai miei, a Santa Teresa di Gallura - un posto che lui amava molto - a confidarci cattiverie all’orecchio, sulla mia compagnia. Rigorosamente in sassarese. “Cess.. mì, abbozza”, “Chi fea quella” , “Chi maccu ghissu”(“Guarda, che brutta quella”, “Che scemo questo”). E giù a ridere. Quando rientravamo a casa, alle tre, alle quattro del mattino, voleva sempre sgranocchiare banane. Ne andava pazzo. Credo gli servissero per i muscoli in cui il suo corpo bambino, nel frattempo, si era felicemente trasformato. Perché era bello, mio cugino. Era alto, muscoloso, forte. Faceva surf, giocava a golf, andava in moto, si tuffava. Era curioso, e la vita se la beveva fino all’ultimo sorso. Non aveva paura. Non s’era prestato all’esercito di “bamboccioni” che se ne stanno in Italia a gingillarsi tra le lamentele di un paese ingeneroso con i giovani. Senza molte cerimonie, subito dopo la laurea a Sassari, aveva preso e se ne era andato a vivere in Spagna. Aveva imparato la lingua, il lavoro e si era innamorato di Inès. Gli piaceva la vita in cantiere e io l’ho sempre segretamente invidiato – ma non glielo ho mai detto – per il suo coraggio. Non aveva affidato la sua vita ad altri. Se l’era disegnata come voleva lui. E credo che per questo fosse felice. Mi ha mandato delle lunghe mail (scritte con una proprietà di linguaggio che mi ha sempre colpito). Mi raccontava dei nuovi incontri, del lavoro, della Spagna. Non c’erano mai lamentele. Alle difficoltà, opponeva un granitico entusiasmo. Lo ammiravo molto per questo. Il 3 luglio dello scorso anno, il giorno del mio compleanno, era qui a Milano. Mia madre mi regalò un televisore. Gabriele me lo trasportò, a piedi, fino a casa. E io ero così orgogliosa di quel cugino alto, bello, generoso, che mi camminava accanto. Quando ci siamo iscritti a FB, ogni tanto giungevano questi straordinari reportage fatti di foto, sorrisi e luoghi incantevoli che aveva scovato. Si divertiva, e si vedeva. Questa precisa cosa (e non è marginale) - il fatto che fosse felice - è ciò a cui mi aggrappo per rendere meno amara la maledetta pasticca che dovrò ingoiare da oggi in poi: l’accettare di svegliarmi in un giorno in cui lui non c’è più, perché uno stupido biposto Pecnam 96 golf, un aeroplanino di carta, ha opposto le ragioni della gravità alla sua vita. Non sentire più il suo “Cugì”. O “Ciao, Pa’ ”, e la sua risata bambina.

paola

mercoledì 1 aprile 2009

QUALE EXPO?

Expo chiama, Milano risponde. Si diano pace i detrattori di quel 31 marzo – ormai un anno è trascorso – in cui una città truccata di sorrisi annunciava l’assegnazione come sede per l’esposizione universale del 2015. Così aveva sancito l’Assemblea Generale del Bureau International des Expositions, dopo un timido certame con la turca Smirne.
Il rullo di tamburi dei primi giorni – con tanto di labaro svolazzante “Grazie a tutti!”, esposto su palazzo Marino, e increduli intrecci bipartisan di mani, in un paese avvezzo al berciare degli opposti schieramenti – di certo non lasciava ipotizzare si trattasse solo di un singolare prolegomeno cui sarebbe sopraggiunto un tramenio di poltrone, cariche, rinunce, annunci, blocco di fondi in cui la Soge, la società incaricata della gestione dell’evento, è precipitata. Un anno sbranato da bracci di ferro interni agli schieramenti, pidiellini contro leghisti, morattiani versus tremontiani. Ora, il campo d’Agramante sembra essersi quietato con tanto di dimissioni di Paolo Glisenti (braccio destro del sindaco) dal cda della società e dal comitato di pianificazione (nel quale ricopriva l’incarico di segretario esecutivo), sostituito di fresco da Lucio Stanca; e così la quadra sembra essersi trovata su Angelo Provasoli, a ricoprire l’incarico di presidente del collegio sindacale, in luogo del padano Dario Fruscio: debito pagato alla Lega con l’ingresso, nel board, di Leonardo Carioni, bossiano.
Ora che il nocciolo anodino sembra essersi sciolto, e gli animi rappattumati, è tempo di progetti.
La città si riavvia l’abito spesso di velluto asburgico, lucida i vecchi ottoni e il coté intellettuale si prepara a un’arrampicata altrettanto impervia di quella immobiliare: la cultura.
Come apparecchiare la geografia intellettuale per un flusso previsto di 29 milioni di presenze turistiche? I detrattori citati al principio si rassegnino: Milano c’è. O così sembra. Binari morti di vecchi progetti, a lungo rinviati, sembrano riagganciarsi, e data la stura a finanziamenti rincorsi, nella città, sotto pelle, molto si muove.
“La cultura può fare da governance, lasciando alla politica un ambiente fecondo. Lo scriva”, si scalda l’Assessore alla cultura del comune di Milano, Massimiliano Finazzer Flory. E’ vero che i tempi sono ancora prematuri? “Noi siamo pronti – ribatte - Ci muoveremo su tre indirizzi: infrastrutture, eventi, rapporti bilaterali con i paesi esteri. Si darà avvio all’istituzione di nuovi soggetti museali, a lungo meditata. Per il novembre del prossimo anno sarà pronto il Museo delle Arti del Novecento, nell’attuale spazio dell’Arengario, che racconterà il percorso di autori illustri che, partiti da Milano, hanno condiviso il loro talento all’estero. Penso ai futuristi, ai Boccioni, ai Fontana”. Ventidue milioni di euro, la spesa prevista, e un volto interamente ricostruito: una rampa elicoidale che collegherà metropolitana a palazzo. Collezione d’arte, libreria e ristorante, su progetto di Italo Rota, saranno illuminate per riallacciare il dialogo con le mura del Duomo prospiciente. “Entro il 2013 – continua l’assessore – si ridefinirà la geografia dell’ex area Ansaldo (progetto a lungo rinviato) con un centro delle Culture Extraeuropee, che ospiterà la sede di un nuovo museo, progettato da David Chipperfield. Un modo per sciogliere i cigolii pregiudiziali di Milano e aprirsi alla conoscenza delle culture straniere che convivono, ormai, da due generazioni”. Nel centro confluiranno le collezioni extraeuropee delle Raccolte d’Arte Applicata, che oggi, affamate di spazio, giacciono nei depositi del Castello Sforzesco. Accanto al nuovo gioiello in zinco e cristallo, gli interventi di estetica strutturale riqualificheranno l’ex area industriale nella neonata “Città delle Culture”. Il polo museale accoglierà il Nuovo Museo Archeologico, il Centro di Studi sulle Arti Visive, e una madeleine per gli amanti dell’artigianalità perduta: il Laboratorio di marionette tradizionali dei Fratelli Colla. “Un mio personale suggerimento, accolto con favore dal sindaco Moratti - confida Finazzer - è poi uno scatto d’accelerazione per il progetto della Beic, la Biblioteca Europea d’Informazione e Cultura che Porta Vittoria ancora attende”. Le prime risorse erano già state stanziate, in verità, nel 2000. Poi, una corona d’intoppi ha bloccato quella che è stata definita la “sorella italiana” della parigina Bibliothèque François Mitterrand, oggi nel quartiere di Tolbiac, tredicesimo arrondissement.
Oggi l’Expo ha drenato parte dei fondi nel progetto azzoppato, e l’assessore promette che la novizia meneghina conquisterà in poco tempo le prime posizioni europee, in quanto a prestigio.
Mezzo milione di opere ad accesso libero, ordinate per materia, banche dati nazionali e internazionali, un laboratorio per ragazzi. 240 milioni di euro - la Regione ha partecipato all’accordo – spalmati su 80mila metri quadri di superficie. Il progetto, affidato a Peter Wilson, dovrà concludersi entro il 2015. “Ma accanto alle infrastrutture – conclude Finazzer Flory – si accenderà un ciclo di iniziative che si piegano sul volano della cultura per poi lanciarsi verso orizzonti più ampi. Partiamo già quest’anno, dedicato ai rapporti bilaterali tra States e Giappone, per poi proseguire con la Cina e i Paesi Arabi nel 2010, e i Paesi Africani, nel 2011. Faccio un’anticipazione al Foglio: accanto alla cultura, intendiamo valorizzare anche la scienza. Dal prossimo giugno Milano inaugurerà il mese delle scienze, un menu che vellicherà i palati: relazioni, conferenze, esposizioni. Precetteremo tutti i musei civici milanesi del settore. Al centro, le scienze applicate e le biodiversità”.
Il metronomo culturale, in città, sembra ticchettare in verità già da un pezzo. A dispetto di polene che sembrano trarre un certo compiacimento nel soffiare sulle acque cupe dello scetticismo – l’architetto Vittorio Gregotti frenava, dalle pagine di Repubblica, il mese scorso: “Perché non esaminare la possibilità di rinuncia o di revisione radicale del dossier, anche per la nostra ben più modesta Expo milanese, compiendo un atto di generoso sacrificio di fronte alla marea crescente delle disoccupazioni e all'aumento esponenziale del numero delle famiglie in difficoltà?”. Alla presidenza della Fondazione Triennale di Milano, Davide Rampello, svapora le formule dubitative con la precisione dei fatti. Il Commissariato Generale del Governo per l’Expo di Shangai 2010, lo ha infatti “coscritto” alla definizione di quello che chiamano “il concept” (tradotto: lo spirito) della mostra permanente che occuperà i duemila metri quadri del padiglione italiano in Cina.
Non è nuova, la Triennale, a iniziative simili. Il nucleo del primo ciclo della collezione che riempie le sale del Museo del Design, dentro il milanese Palazzo delle Esposizioni, è stato smontato per ospitare una seconda tranche “Serie fuori serie”, appena inaugurata. Ma siccome “Mica si disperdono i denari, qui”, chiarisce Rampello, anziché impolverare nei magazzini, la collezione ha già trovato una struttura d’adozione, (dal settembre prossimo): i 6mila metri quadri nella fiera di Incheon (Corea), nel cuore dell’Unione del Mar Giallo, un organismo internazionale che raggruppa le città della costa cinese orientale, della penisola coreana e dell’arcipelago giapponese, a un passo da quella che sarà Songdo City, la prima città digitale del pianeta. L’intento è ricostruire il Milano Special City District: concentrato delle eccellenze ambrosiane in fatto di arte, design, architettura, musica. Il Palazzo dell’Arte di Muzio, su progetto dei fratelli Mendini, verrà traslato in Corea accanto alla sede dello Ied (l’Istituto Europeo di Design) e il Conservatorio. Già a questo, prima dell’estate, lavorava il sindaco Moratti, nell’accogliere una delegazione coreana in città.
Le mostrine, la Triennale, le ha però appuntate a un altro imponente piano, che sembra destinato a infilarsi dentro la simbologia della Milano futura. Il grande museo d’arte contemporanea su cui si sono incapricciati gli umori dei colori politici che si fronteggiano nelle aule del consiglio comunale, e anche oltre (in Provincia, col presidente Penati). La “piressia del contemporaneo” sembra essersi impossessata da tempo della città: precisamente da quando Sesto San Giovanni, col suo sindaco Giorgio Oldrini, ha opposto il suo progetto di museo avveniristico, tra i laminati dell’ex area Falck: con tanto di griffe (Renzo Piano) e un tavolo aperto tra amministrazione, cittadini e tecnici.
“Non mi risulta abbiano i fondi”, chiosa l’assessore Finazzer Flory, “mentre noi abbiamo già tre milioni di euro da spendere subito”. In effetti, l’archistar c’è già (Daniel Libeskind), l’area pure (18mila metri quadri a CityLife), e anche un accordo di programma sottoscritto da Comune, Provincia, Regione, Bocconi e Camera di Commercio, che ha dato una cesoiata ai sarmenti in cui si stava avvitando il piano. Manca solo, ricorda Rampello “il bando internazionale che assegni un direttore artistico al Museo, fermo restando che seguirà le linee editoriali indicate dalla nostra Fondazione”. Il presidente è riuscito a intrecciare anche la maglia di Spazio Forma, Fondazione Corriere, Sole 24 Ore, Motta e Alinari, nell’accordo di programma per i 15mila metri quadri di web, fotografia, pubblicità, tv, alla Stecca dell’Ansaldo. “Io lo chiamo il sistema nervoso – spiega Rampello– Sarà un grande centro di formazione e ricerca che si avvarrà della collaborazione delle Università, perché non dimentichiamo che Milano ha uno dei giacimenti editoriali più grandi d’Europa, in termini di concentrazione”. “Triennale immagine”, così il nome del centro di fotografia e tv, perché superi il periodo gestazionale dovrà confidare nello sblocco dei fondi comunali previsti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Anche se pare di capire che l’ottativo, nella coniugazione del progetto, sia solo una faccenda formale. Se si vuole davvero un anticipo della Milano 2015, però, occorre infilarsi nel dietro le quinte del Padiglione italiano all’Expo di Shangai: manca giusto un anno. Beniamino Quintieri, Commissario generale del governo per l’evento – in volo per Shangai - illustra quelle che possiamo considerare le prove generali dell’evento italiano. “Dopo il tavolo in Confindustria tra il presidente Marcegaglia e il ministro Frattini – spiega – abbiamo reclutato 23 imprese italiane che s’occuperanno dei materiali, dell’arredo e dell’allestimento del padiglione nazionale in Cina”. Un modo, anche, per impugnare il volante della crisi e assestare una brusca sterzata. “Per l’Expo 2010 sono previsti 80 milioni di visitatori – continua il commissario - Abbiamo ottenuto la collaborazione di numerosi dicasteri: dalle Attività produttive al Turismo, dall’Ambiente alla Sanità, dall’Agricoltura ai Beni Culturali. Sei mesi da riempire con eventi, esposizioni, concerti, iniziative. Tra le eccellenze italiane siamo in fase di coordinamento, ma abbiamo invitato il Teatro Regio di Torino, la Scala di Milano, la Fenice di Venezia, il San Carlo di Napoli, e artisti come Renzo Arbore, Riccardo Cocciante, Gianna Nannini, Riccardo Bolle, Andrea Bocelli. E’ previsto l’intervento delle Regioni, prestando attenzione a non scivolare in buche folkloristiche, come spesso accade in questi frangenti. La Fiera di Milano si è offerta volontariamente e ci è parsa una partecipazione opportuna, dal momento che dispone già di un attrezzato ufficio nella località cinese”. E che ne pensa dei ritardi che hanno travolto la Soge, per il 2015? “Sarebbe una mistificazione – risponde – comparare eventi così dissimili. Qui abbiamo, in fondo, la responsabilità di un solo padiglione. Certo, i tempi italiani del fare non sono quelli cinesi, però, consideriamo la nostra presenza a Shangai come un’opportunità per accendere i motori milanesi”. Intanto, il Castello sforzesco, stiracchia bugnati, merlate, torrioni e si prepara ad accogliere un flusso ben più imponente, di turisti, rispetto alla routine consueta. Claudio Salsi, direttore dei Musei Civici del Castello, annuncia un’opera di ristrutturazione, firmata dal londinese David Chipperfield e da Michele De Lucchi, come non si vedeva dal secondo dopoguerra. Così robusta, da essere suddivisa in lotti: sei per l’esattezza. “In realtà – spiega Salsi – il progetto è pregresso all’Expo. Ma l’evento ha dato una brusca accelerazione ai piani già ipotizzati. Le fasi di intervento previste si esauriranno, compatibilmente con le risorse destinate, proprio nel 2015. Nella prima tranche di lavori, finanziata per 20 milioni di euro dalla Fondazione Cariplo, saranno restaurati la Torre del Filarete, la Raccolta Bertarelli, l’ex ospedale spagnolo e il Rivellino di santo Spirito”. Per la prima volta, è stato disposto anche il recupero delle parti militari (merlate, torrioni, la parte coperta della Ghirlanda). “Vogliamo considerare il Castello – aggiunge Salsi – nell’ottica di un’opera storicizzata. Dato il cospicuo flusso turistico congetturato, la struttura dovrà rendersi più accessibile, non come puro contenitore, ma come spazio da vivere”. Tanto che sulla merlata sorgerà un ristorante con club house, e una caffetteria temporanea s’affaccerà con dehors sul cortile.
Le Civiche raccolte di arti applicate (armeria, mobili, strumenti musicali, gioielli, arazzi) confluiranno nel cortile della Rocchetta, l'ingresso al Museo d'arte antica e alla Pinacoteca si sposterà invece nella Corte ducale: qui bookshop e biglietteria subiranno un ampliamento. “Ciò che mi preme sottolineare – conclude il direttore – è soprattutto la nascita del Centro della storia della grafica. Non dimentichiamo che il Castello conserva opere su carta di rilevanza internazionale, la Raccolta Bertarelli, il gabinetto dei disegni del 500-700, l’archivio storico civico, la Biblioteca Trivulziana con le prime opere a stampa illustrate, le biblioteca d’arte. Vogliamo che questo prezioso patrimonio sia non più accessibile solo al corpo di studiosi, ma possa essere consultato dal pubblico, anche in forma digitalizzata, e con micro esposizioni temporanee”. E gli eventi? “Il professor Alessandro Rovetta, docente all’Università Cattolica, sta già curando un progetto attorno alla Pietà Rondanini, con prestiti che giungeranno da musei internazionali”.
Far viaggiare in modo fluido tutti i soggetti della città, in modo che ticchettino sul metronomo culturale con sincronia non è affar da poco. Si rischia di pestarsi i piedi a vicenda, o, peggio ancora, sgrugnarsi l’uno contro l’altro. Quel comitato di saggi – ventisette tecnici rinchiusi nell’abbazia di Chiaravalle con il neo assessore Finazzer Flory, per dettare le linee del volto intellettuale della Milano futuribile – viene derubricato da Pierfrancesco Majorino, capogruppo del pd a Palazzo Marino, come “un pasticcio”.
Ecco perché – siccome l’Expo non è affare solo milanese e prerogativa del centro-destra, come si affrettava a precisare la Moratti, fresca di vittoria – ci ha pensato lui, dopo aver strillato sui giornali che c’era un vuoto “in termini di politiche culturali in vista dell’Expo”.
“Il pd ha organizzato – racconta Majorino – quello che chiamiamo ‘piano regolatore della cultura’. In sostanza, vogliamo preparare la città in vista dell’Esposizione. Lo scorso 14 febbraio il mondo dell’associazionismo, architetti, scrittori, sociologi, docenti e la stessa Triennale si sono riuniti nell’expo day”. Una grande tavolata in cui si è banchettato insieme in termini di iniziative, confronti, proposte a cui far seguire un coordinamento che scongiuri i collaterali prima ricordati. I nomi? Da don Colmegna a Stefano Boeri, da Antonio Scurati a Fulvio Scaparro e Aldo Bonomi. Ma erano davvero tantissimi. “Presto ne seguirà un altro – informa il capo gruppo pd - in cui convocheremo autori ed editori per congetturare un modo che possa colmare il ritardo accumulato e sprovincializzarsi. C’è poi in corsa un progetto sui Navigli: l’esigenza nasce dalla necessità di mettere mano alla riqualificazione urbanistica della zona. Pensiamo a un Museo sull’Innovazione che informi sulle energie rinnovabili e alternative”. Ma le fiches sul tavolo non sono finite. “Tra pochi giorni – conclude Majorino - partirà un pacchetto di dieci mozioni su 30 buoni progetti per riqualificare la città: dai grandi eventi per il libro al riutilizzo delle valenze storico-artistiche di Milano come le abbazie, dalle offerte per la politica giovanile, al ritorno della valorizzazione del cinema, dopo la chiusura di sedi storiche, una su tutte il De Amicis di via Camminadella”.
A pestare sulla gran cassa dell’Expo è anche Stefano Boeri, milanesissimo architetto e direttore di Abitare, fresco di nomina alla consulta architettonica per il 2015 (fortemente voluta dalla Moratti), in buona compagnia di cinque archistar illustri con cui apparecchierà le linee guida del master plan di Rho-Pero, in attesa che un padre s’aggiudichi il concorso. Sul tavolo, un milione di metri quadrati di padiglioni immersi nel verde. Con Richard Burdett , Joan Busquets , Jacques Herzog, William McDonough e Pierre De Meuron, Boeri non si slaccia troppo su progetti che viaggiano a microfoni spenti, e concede solo un assaggio: “Seguendo lo spirito dell’Expo, che si fonde su cibo, acqua e alimentazione, stiamo lavorando intorno al recupero della raggiera delle cascine comunali attorno a Milano. C’è già stato un incontro in Provincia con Carlo Petrini di Slow Food. L’area localizzata è quella del Parco sud, ricco di spazi agricoli. Occorre un ripensamento della cultura nazionale del cibo, ormai venata da iniezioni endogene, provenienti dalle comunità extranazionali che convivono sul territorio. Lo sa che una tra le eccellenze della ristorazione milanese, in Bovisa, è gestita da cinesi? Perché, poi, non far accomodare, nelle nostre abitudini consumistiche, la filiera a chilometro zero, un tipo di produzione localizzata che risparmi energia, petrolio, e argini l’inquinamento ambientale, ma anche fisico? L’Ospedale Maggiore del Policlino è uno dei tanti gestori del Parco sud. Quanti mangiano alla sua mensa, ogni giorno? Se si potesse creare un indotto, attorno, con una produzione agricola locale, sarebbe già una buona sfida, per Milano”. Tanto più che, nel marzo di due anni fa, un protocollo d’intesa è già stata firmato tra la Provincia, il comune di Opera, e la Fondazione Irccs (Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena).
L’istantanea della Milano che s’attrezza per il duemilaequindici sembra insomma restituire una pellicola in forma. Pieno il serbatoio di idee, una mano di vernice anche a vecchie pianificazioni, sbloccata gran parte dei finanziamenti, reclutate le intelligenze nazionali e straniere. Il tutto – fino a nuovo segnale - con le acque romane quiete, per il momento.
Eppure, qualcuno che risale le acque degli entusiasmi, navigando contro corrente, c’è.
Collezionista di lunga data, ai vertici della Fondazione paterna, Gabriele Mazzotta, oggi a capo dell’accademia di Brera, dopo la recente designazione a presidente, intiepidisce gli umori: “Speriamo si dia l’opportuno peso a cultura e arte. Ma mi chiedo, ‘per il momento, chi se ne occupa’?”. Nessuno vi ha chiamato? “Non mi risulta. Non abbiamo referenti, se non ondivaghi”. E il progetto della Grande Brera (il nuovo distretto che prevede il trasferimento della sede dell’Accademia nella caserma di via Mascheroni, salutata dagli studenti con tanto di feretro e celebrazione funebre)? “No, quello è pregresso all’Esposizione universale - replica – La verità è che, trascorso un anno, manca ancora la struttura amministrativa e decisionale. La disponibilità di noi operatori culturali c’è tutta. Diciamo che la barca, per ora, è in rada: ad attendere”.

venerdì 13 marzo 2009

ITALIOTI


ITALIOTI

Che cosa siamo? Italioti, non italiani.
Cinquant’anni sono pochi spiccioli di storia perché la struttura democratica risulti, allo stato attuale, ben cementata e possa moltiplicare le sue cellule “sane”. Il sistema fa acqua da tutte le parti: ne abbiamo esempi quotidie. Io mi sono fatta l’idea che di italiano – nell’accezione collettiva, e comunitariamente sentita del termine – in realtà non abbiamo niente. Se l’italianità a cui penso non è la pellicola sottile che si accende attorno a un pallone (questa è un’altra storia e non c’è giudizio nel merito). La nostra italianità è incollata in una miriade frammentata di regionalità radicatissime, a dispetto della globalizzazione di cui si parla in maniera così inflazionata e spesso inopportuna. I fenomeni migratori a spasso per lo stivale, in realtà, non hanno concorso davvero a un profondo processo di integrazione. I milanesi sono rimasti asburgici nelle vene e nella mentalità, e con la cultura mediterranea (con tutto il suo apparato di senso dell’onore, di dignità, del riequilibrio dei conti che è poi degenerato, esondando nei fenomeni particolaristici delle criminalità organizzate del sud) non hanno nulla a che spartire. Siamo rimasti quelli delle Signorie, siamo rimasti quelli dei giudicati in Sardegna, siamo rimasti quelli borbonici, delle repubbliche marinare, del Regno di Sardegna, quelli austro-ungarici. Ciascuno con le proprie violentissime prerogative. Io ho cambiato undici città dai tre anni ai trenta e ovunque andassi, su e giù per il paese, non c’è mai stato nessuno che non mi facesse rilevare la mia disparità e difformità in quanto sarda. A volte in senso arricchente, altre discriminante. Al liceo Parini di Milano (dico, il Parini-quello della “Zanzara” per intenderci) i professori mi chiedevano – seriamente – se in Sardegna avessimo la televisione. Erano i primi anni Novanta.
Ci lambicchiamo tanto per venire a capo delle laceranti distanze cui ci ha messo di fronte questa ondata rinnovata di migrazione extra italiana quando non siamo ancora riusciti a risolvere i nostri regionalismi.Il milanese è rimasto milanese, il siciliano è profondamente siciliano, così il veneto, e il napoletano (e la lista potrebbe proseguire infinitamente). Siamo tremendamente individualisti. Se a Messina costruiscono un ponte del tutto inutile perfino per i pendolari che utilizzano i traghetti, perché dovrebbe moltiplicare in un insensato gioco dell’oca stradale il loro percorso quotidiano, sono affari loro. A noi milanesi (“noi” in quanto naturalizzati) non ce ne frega niente. Pazienza se sono soldi pubblici, anche nostri. Se nel Mugello hanno sventrato i monti mandando in palla le falde acquifere (la popolazione locale ha avuto i rubinetti secchi per anni) e il sistema idrogeologico del territorio solo per guadagnare 10 minuti alla tratta della TAV Bologna-Firenze (e io certo non sono ideologicamente contraria ai treni super-veloci, anzi!), è affar loro. Al resto d’Italia non gliene frega niente. Se in Campania i bidoni scoppiano d’immondizia, e una città è diventata strame, “che se la tenessero, peggio per loro”. Cioè, è affar campano, mica italiano. Basti pensare al caso Alitalia. La guerriglia di rivendicazioni territoriali (anche piccine) che s’è scatenata nella tratta psicologica (più che geografica) Fiumicino-Malpensa ne è un chiaro esempio. Ognuno se ne stia a casa sua. Italioti, siamo. La travolgente cascata scatologica (altresì detta “di merda”, tanto per essere espliciti) che ha colto il mondo del lavoro schiacciando la generazione attuale dei trentenni (e non solo) in questa degenerazione costante che si sta mangiando diritti, stipendi e dignità, manco quella è servita. Neppure se gli mettono le mani in tasca l’italiota s’aggrega e fa collettività per salvare il culo a tutti. Se ci si spacca la faccia e le tibie allo stadio perché tu sei juventino e io sono interista, un motivo ci sarà. Intendo storico, culturale, e non solo sociale. Eppure mi chiedo, siamo stati il paese dei moti risorgimentali, che ha schizzato sangue per unificare tutte le tessere in-incastrabili di questo puzzle collettivo. Siamo la culla geografica dei ceppi culturali più evoluti del mondo. Perché qualche residuo non è volato fino a noi, oggi? Come abbiamo fatto a ridurci in questo stato? I galantuomini alla Ferruccio Parri - che non usciva più dal suo ufficio, come presidente del consiglio, mangiando solo pane e salame, per mesi, per ricomporre i pezzi di un’Italia scoppiata - o quelli alla Alcide De Gasperi (al di là di ogni colore politico o ideologizzazione, non me ne frega niente di quello) dove cacchio sono finiti? Come ricostruire il sistema che li ha generati? E’ solo una questione di tempo? L’anomalia nazionale ha solo bisogno di altri decenni, perché noi si possa diventare finalmente “ITALIANI”, e si possa lasciare indietro la muta di “ITALIOTI”?

sabato 22 novembre 2008

BURRI, IL COERENTE

Succede nel 1989. Una mattina d’autunno. “Er pasticciaccio brutto di Parco Sempione”, lo chiamano ancora oggi. Milano è un po’ più “da bere” di quanto non sia adesso, forse più smaliziata: eppure si decide. Il teatrino donato alla città da Alberto Burri, nel 1973, va smantellato. Rimosso. E rimozione è, definitiva. Troppi - per l’assessore all’ecologia dell’epoca, Cinzia Barone - i venti metri di quinte e i dieci di palcoscenico che interrompono la gittata visiva tra Parco Sempione e Arco della Pace. Eppure è la Triennale a commissionarglielo, per la XV edizione. L’allora sindaco Paolo Pillitteri – ultima coda del boom socialista – simula sconcerto. A Luigi Corbani, assessore alla cultura, non resta che metterci una pezza e chiedere scusa all’artista. Il comune neppure gli risponde quando chiede indietro le sue quinte di ferro. E’ l’ultima stretta di mano tra Burri e un’amministrazione comunale miope, quantomeno. Il teatrino vola dritto dritto ad Atene, come a dire, nemo propheta in patria. L’artista la giura a Milano e non ci rimette più piede. Ancora sono lontane le scintille tra l’assessorato alla cultura – più che altro l’assessore, Vittorio Sgarbi (in carica o non più sarà un nuovo ricorso, probabilmente, a deciderlo) – e il sindaco Letizia Moratti.
Burri non immaginava certo la ridda di scontri, battute, repliche, lancio d’agenzie, ricorsi, neodesignazioni di vent’anni dopo, tra il maestro e la sindachessa, che neanche un feuilleton. Il tutto in una città indecisa se abbassare l’orlo della gonna – si tratta pur sempre d’una signora, per di più di lontane radici asburgiche – o ritornare all’aria frizzantina in cui fioriva l’avanguardia artistica internazionale, coi suoi Manzoni e le scatolette di “merda d’artista”, i tagli di Fontana, le irriverenze dei futuristi. Tutto esplode nell’estate 2007 con la mostra “Vade retro”. Centosessanta opere vagamente insolenti, tipo Papa Benedetto XVI in perizoma e autoreggenti, Silvio Sircana che si sporge dall’auto verso un trans che ha il volto di Gesù. Cose così. “Suor Letizia” dice “not in my name”, Sgarbi corre a farsi consolare tra le braccia di Michela Vittoria Brambilla.
Poi non se ne fa più niente, non a Milano. Però, è guerra. Prima la polemica sui graffiti e il Leonka (“sono arte, non sono arte”); poi la bagarre sul nuovo museo d’arte contemporanea (vecchia fiera o progetto di Renzo Piano, nell’ex area industriale di Sesto San Giovanni?); a seguire, l’affaire delle torri storte di City Life, fino all’oggi e alla travagliata questione della tavola del Caravaggio: spostare o no, da Roma a Palazzo Marino, breve prestito per una mostra, “La conversione di Saulo”? Alla fine ha vinto il “sì”, manco si trattasse di un referendum.
Ma le cose non si fermano qua. Anche Maurizio Cattelan, nel 2004, deve fare i bagagli. I suoi bambini di pezza, appesi alle querce di piazza XXIV maggio, scatenano minacce della Lega, interpellanze in consiglio comunale, cadute nel tentativo di rimuoverli. La città non gradisce.
I fantocci volano a Siviglia, Biennale d’arte. Stesso copione nel luglio 2007. Fernando Botero è accolto a Milano in un’antologica a palazzo Reale. Per omaggiare il nucleo urbano, le sue sculture vengono disseminate all’aperto, per tutta la città. Sul pube di “Donna in piedi”, in piazza della Scala, compare una doppia “w” verniciata d’oro. Opera d’un guitto? Chissà. Sgarbi esulta: “Arte su arte!”. Il maestro grida: “Gesto d’inciviltà”. De Corato, vicesindaco, si precipita a ripulire. Insomma, Burri si consoli: è in buona compagnia. Oggi, quella Milano che ha cacciato il suo “Teatro continuo” tenta di farsi perdonare, e gli dedica, ex post – l’autore muore a Nizza nel 1995 – la più completa retrospettiva mai organizzata prima d’ora. Duemilacinquecento metri quadri solo per lui, al palazzo della Triennale, fino all’8 febbraio del prossimo anno. I curatori, Maurizio Calvesi e Chiara Sarteanesi hanno riportato qui i catrami, i gobbi, le muffe, i sacchi, i legni, le combustioni, i neri che Burri s’era inventato; lui, che detestava le mode – piuttosto le dettava – e stava ben attento a non calpestare tracciati altrui, o a unirsi allo sciame dei grandi movimenti artistici. Il grosso delle opere, tra cui due nuclei d’inediti, proviene dalla Fondazione Burri di Città di Castello, dove l’autore nasce, nel 1915. Non dal corpus permanente di Palazzo Albizzini o degli ex Seccatoi di tabacco, però – troppo conforme come scelta – ma da un lascito che lui stesso aveva apparecchiato, con lucida lungimiranza, in vista di antologiche come questa, allestite dopo la sua morte.
Quand’è rinchiuso dentro un campo di concentramento – siamo nel 1943, a Hereford, in Texas, prigioniero degli inglesi – Alberto Burri è un giovane ufficiale, laureato in medicina. Ma le scaglie di vita rosicchiate che può afferrare da dietro i muri della prigionia gli si rivelano come apparizioni materiche. Congerie di sabbia, fili di iuta, polvere, legno, segatura che sembra oro. “Dipingevo tutto il giorno – scrive nel 1994 – Era un modo per non pensare a tutto quello che mi stava intorno e alla guerra. Non feci altro che dipingere fino alla Liberazione. E in quegli anni capii che io ‘dovevo’ fare il pittore”. Così, mollati i ferri chirurgici e afferrati i pennelli, Burri non si ferma più. Armeggia, sperimenta, non s’accontenta. Il colore non gli basta. La tela non può essere solo un supporto per la tinta. Perché non procedere per sottrazione? Se la vita si risolve, a volte, in ferita, perché non riprodurla su tavola? Non i tagli alla Fontana, però. Quelli già ci sono. Ci vorrebbe una fiamma ossidrica, perché anche l’esistenza brucia. E ci vorrebbero grossi teli di plastica che sembrano polmoni su cui, sotto traccia, passeggia il sangue. I “Rossi” nascono così. Fuoco che si fa strada sulla plastica. Buchi profondi, sempre nuovi. Perché il più grande terrore dell’artista è che “l’ultimo quadro sia uguale al primo”. Allora, esaurita la vena dei polimeri, si passa al legno, e poi alla segatura, e al sacco. Celebrato per quello che è. Senza fronzoli concettuali. “Potrei ottenere quel tono di marrone, ma non sarebbe lo stesso perché non avrebbe in sé tutto quello che voglio che abbia… nel sacco trovo quella perfetta aderenza tra tono, materia e idea che col colore sarebbe impossibile”, annota. Questo suo sfuggire a etichette rassicuranti fa impazzire la critica. Art brut? Informale? Concettuale? Arte povera? L’Italia degli anni Sessanta (colleghi compresi) non lo capisce. “Stracci antigienici”, urlano i critici. I galleristi scuotono la testa. Burri va avanti, perché avanti procede il corso dell’arte. In veranda, in mezzo alle sue colline umbre, si gingilla in cerca di nuove bricconate. Non per il gusto dello scandalo – sarebbe banale – ma per non annoiare se stesso.
La risposta, come sempre, la fornisce la terra. La serie dei “cretti” non è altro che un desiderio che l’artista compone. Un omaggio alle richieste che la natura ostenta, e che sembrano mute ai più. La terra che brucia, assetata dal sole. In fondo, se ci si pensa bene, è un grido visuale. Questi sono i cretti. Spaccature in materia. Perché anche la vita rompe, sbriciola, maciulla. Il 15 gennaio del 1968 un sisma più forte degli altri ingoia millecentocinquanta morti. A Gibellina, in Sicilia. Novantottomila senza tetto, sei paesi della Valle del Belice sbriciolati. Possibilità di ricostruire non ce n’è, però una traccia sì, quella bisogna lasciarla. Per ricordare la tragedia, pensa l’amministrazione comunale. Burri accetta. Guarda, gira, perlustra. Come fare? Sale, scende, si ferma. Che fare? Si danna. Poi la risposta. Ancora una volta è la geografia del territorio a suggerirgliela. Scrive nel 1994: “Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era quasi ultimato ed era pieno di opere. ‘Qui non faccio niente di sicuro’, dissi subito. ‘Andiamo a vedere il posto dove sorgeva il vecchio paese’. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere . E mi venne l’idea: ‘Ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie, che tanto sono un problema anche per voi, le armiamo per bene e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco. Così che resti un perenne ricordo di questo avvenimento’”. Il cantiere apre nel 1984, per chiudere cinque anni più tardi. Grosse macchine dentate sollevano le macerie, poi ricompattate e arginate da fili metallici. Sui blocchi imponenti cola cemento liquido candido. Divisi da solchi di tre metri di larghezza, i massi raggiungono il metro e sessanta d’altezza. Per un’area di dodici ettari. Materia grezza che si fa epica. Un dedalo che è anche architettura. Frammenti che si ricompongono, ma il segno evidente della cicatrice è ancora là, visibile. Ci puoi camminare dentro, attraverso, e puoi vederlo da lontano, dall’alto. Appunto: un grido nella valle muta. Carlo Argan lo definisce “una sorta di trompe l’oeil al rovescio, nel quale non è la pittura a fingere la realtà, ma la realtà a fingere la pittura”.
Un po’ come quel suo Piero della Francesca, l’amato autore che viene dal passato, per il quale l’artista si fa anche cento chilometri in bicicletta, fino a Urbino. La lezione (pittura che vuole farsi architettura, e viceversa) è assimilata.
Dopo l’esperienza siciliana, Burri è pronto per spezzare la noia con un’altra giostra. E per rompere un altro luogo comune, su cui gli altri si siedono. Il nero. Un colore senza sorprese, un colore dove la vita non danza. Errore. Se si sposta l’onda del catrame, sulla tela, il nero si mostra, in tutte le sue variazioni. E può essere sorprendente. Nero grumoso, nero piatto. Nero carbone, o liquirizia. Nero cupo, e persino brillante. “Due neri diversi, vicini, possono esser altrettanto formidabili, altrettanto colorati”, scrive. Ne nasce un’intera serie (qui in mostra, inedita). Dall’86 all’87 l’artista, curvo sulle tele, non fa altro che stendere grosse campiture di nero, graffiando, lisciando, scoprendo il colore. E poiché immense sale bianche schiaffeggiano le gigantesche tele brune – questo è un po’ l’effetto – si premura che i lavori vengano appesi su ampie pareti. Nere anch’esse. Il risultato è inimmaginabile: danza, ritmo, movimento. Però, siccome il tedio è sempre in agguato – niente figli (per scelta), un matrimonio, molto da fare e molto da viaggiare – Burri affronta anche la grafica, forse la sua attività meno conosciuta, fin dalla metà degli anni Sessanta. E anche in questa occasione lo fa a modo suo. Gli stampatori, in laboratorio, impazziscono dietro al suo desiderio di bucare tutto ciò che è conforme. Le regole sono lì, apposta per essere rotte. Burri gioca, inventa, sperimenta. Calibra gli smalti, confonde le tecniche, generando neri mai prodotti in serigrafia. Lucidi, opachi, lisci, rugosi. Ma la grafica è anche un buon pretesto per far esplodere il colore. Accostato in una tavolozza che è un’arlecchinata cromatica. Come in “Sestante” del 1982, dove insegue i timbri fluorescenti delle tempere, vincendo una scommessa lunga e costosa, in quanto a tecnica: riprodurre le sfumature dei colori. Mentre in “Monotex”, dello stampatore si può anche fare a meno: è Burri a realizzare direttamente l’assemblaggio dei cartoncini. L’Accademia Nazionale dei Lincei, questa volta, capisce. Il Premio Feltrinelli per la Grafica è suo, nel 1973, con la seguente motivazione: “Per la qualità e l’invenzione, pur nell’apparente semplicità, di una grafica realizzata con mezzi modernissimi, che si integra perfettamente alla pittura dell’artista, di cui costituisce non già un aspetto collaterale, ma quasi una vivificazione che accoppia il rigore estremo a una purezza espressiva incomparabile”. L’artista ringrazia e devolve la somma del riconoscimento al restauro del ciclo di affreschi di Luca Signorelli, nell’Oratorio di San Crescentino a Morra (Città di Castello).Non ama viaggiare, non ama apparire, odia parlare di sé. Però i suoi lavori, le colle, i cretti, le muffe, Burri li segue come i figli che non ha mai avuto, nelle sale espositive di mezzo mondo.
Darmstadt, Rotterdam, Parigi, Chicago, New York, Milwaukee. Perché non è solo importante la forma dell’opera, ma, nella stessa misura, lo spazio in cui è accolta. Opere che spesso ricompra, geloso. E accumula: da qui nasce il corposo nucleo che oggi nutre la Fondazione di Città di Castello. Soprattutto, detesta spiegare, perché un artista che spiega ha già mancato l’obiettivo: “La mia è una versione pittorica, attraverso un mezzo visivo anziché letterario o musicale, della vita – scrive – Il resto è un’interpretazione, è un’altra cosa. La pittura non deve essere spiegata. La pittura è pittura, si spiega da sé, altrimenti è come tornare indietro di migliaia di anni ai caratteri cuneiformi, ai Sumeri, quando è necessario spiegare di che si tratta. Le mie immagini, perché è di immagini che si tratta, sono un equivalente della parola. E come spiegare la poesia?”.
Poi c’è un’altra passione. La scenografia. Per il teatro. Non uno qualunque, ma “il teatro”: la Scala di Milano. S’inizia nel 1963, con scene e costumi del balletto “Spirituals” per Orchestra, con la coreografia di Mario Pistoni. Nove anni dopo è al Teatro dell’opera di Roma. Un gigantesco “cretto” fa da quinta allo spettacolo “November steps”, su musiche di Toru Takemitsu e coreografia di Minsa Craig. Una proiezione fotografica consegna al pubblico la sensazione che la materia lentamente si screpoli, fino quasi a sgretolarsi. Nel 1975 è la volta di “Tristano e Isotta” di Wagner, Teatro Regio di Torino. Scrive lo storico Cesare Brandi: “Nell’ultimo atto, l’epilogo della tragedia è controfondato da un grande Cellotex color cammello, come un cielo sotto una tempesta di sabbia, attraversato da una via lattea appena un po’ in rilievo (…) l’epilogo di amore e morte è come acquietato da questa ambientazione”. Però la sfida più grande è “L’avventura di un povero cristiano”, di Ignazio Silone. Allestita nella piazza di san Miniato al Tedesco (in provincia di Pisa) nel 1969, per la regia di Valerio Zurlino. Un sacco logoro e ricciuto rimanda alla parabola di San Francesco, mentre una grande plastica cremisi strizza l’occhio alla fastosa curia vescovile napoletana di Papa Celestino V. Tutto il paese è coinvolto. Una grande festa.
Infine la scultura, tardiva, tra gli anni Ottanta e Novanta. Opere robuste, monumentali, che ripercorrono le stesse ossessioni di una vita, in formato tridimensionale: l’archivolto, il rosso, i grandi ferri.
Muore a Nizza, nel ’95, a ottant’anni.
“La nostra stabilità è solo equilibrio e la nostra sapienza sta nel controllo magistrale dell’imprevisto”, amava ripetere, citando Dyson Freeman. Quasi un manifesto di quel modo di procedere in arte, unico, solo suo. Dove l’imprevisto è il motore del lavoro e della vita.

venerdì 17 ottobre 2008

DOVE ANDREMO A FINIRE?

Roma, 15 ottobre 2008. Rischio rissa ieri durante l'attesa assemblea dei giornalisti di Repubblica sullo stato della trattativa per il rinnovo del contratto dei giornalisti. Dopo la bocciatura del Corriere della Sera, quella di Stampa Romana, che ha chiesto l'immediata convocazione della Consulta nazionale dei Cdr e la forte preoccupazione lanciata dai comitati di redazioni lombardi e da Stampa Democratica, un'altra tegola si è abbattuta ieri sul segretario della Fnsi Franco Siddi. Il no di fatto della redazione di Repubblica, che ha bocciato l'attuale piattaforma discussa finora dalla Federazione al tavolo con gli editori. La tensione era già nell'aria prima dall'assemblea. Tanto che, per la prima volta nella storia del giornale diretto da Ezio Mauro, Siddi si era premurato di far presidiare l'assemblea praticamente da tutta la giunta federeale. E perfino nelle redazioni locali. A Milano, infatti, si era presentato in qualità di emissario il vice segretario aggiunto Guido Besana, senza nemmeno avvisare il membro del Comitato di redazione Andrea Montanari. Cosa che ha irritato non poco la redazione, che, non a caso, ha fatto parlare Montanari a nome di tutti nel corso dell'assemblea: "Tutti vogliamo un nuovo contratto - ha spiegato il Cdr milanese di Repubblica - ma non vogliamo firmare un contratto con la pistola alla tempia. Gli scatti sono l'unica difesa dell'autonomia e della libertà soprattutto dei giovani colleghi. Li hanno anche i magistrati che fanno un lavoro delicato e che difendiamo tutti i giorni".
Perché scoppiasse il finimondo è bastato che il segretario della Fnsi toccasse i temi della multimedialità ("Non accetterò mai che l'introduzione sia solo volontaria"), quello della licenziabilità dei vice direttori ("Si potrebbe discutere magari correggendo la quota relativa alle tredici mensilità di risarcimento") e quello degli scatti di anzianità ("Ben tre ministri anche di sinistra ci hanno detto che sono insostenibili. Tra la richiesto degli editori di toglierli tutti e tenerne qualcuno c'è una differenza. Non li ha più nessuno. Non garantisco che saranno ancora come prima". Il tutto pronosticando sciagure e licenziamenti in massa se non si arriverà presto a firmare "un contra tto possibile in un momento impossibile".
Per la prima volta da molto tempo, uno dopo l'altro, i pezzi da novanta della redazione di Repubblica hanno iniziato a interrompere la relazione. Da Lucio Cillis a Carlo Chianura. Da Marco Politi a Luisa Grion. Da Fiammetta Cucurnia a tanti altri hanno contestato al segretario la debolezza della posizione della Fnsi. Sottolineando soprattutto che se le posizioni di partenza sono già così deboli è immaginabile che il punto di caduta finale, se mai ci sarà, sarà una perdita secca su tutti i fronti. E che sulla parte economica, ancora tutta da discutere, gli editori certamente metteranno sul piatto poche risorse, dato che faranno pesare la difficile situazione economica. Si è di nuovo sfiorata la rissa e Marina Garbesi, unica esponente del Cdr di Repubblica nella giunta Sid di, ha dovuto faticare non poco ("Fatelo almeno parlare")
A Milano, nel frattempo, perfino al presidente dell'Associazione lombarda giornalisti Giovanni Negri, scappava una battuta: "Strano che Siddi non ricordi che gli scatti li hanno anche i magistrati, suo fratello è uno di loro". Mentre altri esponenti della segreteria si innervosivano: "Ma ai colleghi di Repubblica qualcuno fa il test antialcol prima di farli parlare"?
Tutti gli interventi tranne uno hanno bocciato la piattaforma. Per cercare di arginare la débacle Claudio Gerino del Cdr ipotizza una proposta che, però, resta isolata ("Se si ragionasse su una rimodulazione degli attuali scatti?"). Siddi afferra subito la ciambella di salvataggio: "La trovo una proposta interessante". Ma nessuno la raccoglie e in sala risale la tensione. Così per evitare un nuovo scontro, l'assemblea si chiude con la richiesta unanime di convocare subito la consulta nazionale dei Cdr dopo l'incontro di domani delle segreterie di Fnsi e Fieg. Alla fine è evidente che qualcuno mastica amaro. E forse per cercare di rimediare, Franco Siddi ringrazia pubblicamente "per il lavoro che fa nella sua attività sindacale" Andrea Montanari, che nelle sorse settimane lo aveva criticato apertamente. E chi voleva sincerarsi degli effettivi umori dei giornalisti di Repubblica alla fine è stato servito.

lunedì 22 settembre 2008

EPIFANI: L'EPICEDIO D'ALITALIA

giovedì 10 luglio 2008

DALLA PARTE DI ELUANA


Quando ho sentito Beppino Englaro parlare di “stato di diritto”, “rispetto della trasparenza”, “limpidezza nella procedura”, nel garantire una morte che in realtà si è imbellettata di finta vita per 16 anni, nella carne di sua figlia Eluana, ho provato profonda vergogna.
Vergogna per me, e il sultanato di volgarità che domina sovrano in un paese che ha sbriciolato le illustri radici della sua genesi.
A ciglio asciutto Beppino parlava della figlia come della “creatura più splendida che abbia mai conosciuto”, di “purosangue della libertà”, e credo che fosse sincero. Che non vi fosse, nelle sue parole, nessuna determinazione pietistica, nessuna dissimulazione o deformazione.
Questa ragazza, che pur solo dai rullini spesi per lei, schizzava giovane, bella, quasi sfacciata nella sua galvanizzazione esistenziale, prima che la morte le cucisse addosso questo surrogato dell’esserci, questa ragazza – dicevo – era perfino indecente nel suo essere presente a se stessa. Pareva una di quelle rarissime ventenni che alla sua età era già diventata sé, e lo sapeva.
“Quando la vedo, spaccherei il mondo”, diceva il padre, dopo la malattia. Quando monsignor Fisichella parla di “azione d’eutanasia” (riferendosi alla sentenza della corte d’appello che consente alla famiglia di strapparle di dosso quella finta vita) e di impugnazione di sentenza, credo che dimentichi un elemento determinante. Quel passo indietro al tempio della morte, che anche un uomo consacrato di Dio deve fare. Lì dentro né noi, né loro possono entrarci. E’ oltre, è troppo. Ci sono solo 16 anni, una ragazza oltre il suo corpo, e un babbo che non urla, ma sussurra, “io sono mia figlia”.